Recensione: I MERCENARI – THE EXPENDABLES

Recensione del film I mercenari – The Expendables che segna il ritorno alle scene di parecchi protagonisti dei film d’azione degli anni 80-90.

TITOLO ORIGINALE: The Expendables

NAZIONE: Usa

ANNO: 2010

REGISTA: Sylvester Stallone

INTERPRETI PRINCIPALI: Sylvester Stallone,Jason Statham, Jet Li, Dolph Lundgren, Randy Couture, Terry Crews, Mickey Rourke, Bruce Willis, Steve Austin

GENERE: Azione, Avventura

DURATA: 103 min (1h 43 min.), colore

SINOSSI: Un gruppo di mercenari viene ingaggiato per un lavoro da un misterioso Mr. Church. Dopo un primo sopralluogo rifiuteranno l’incarico ma…

RECENSIONE: Ritorna alla regia Stallone con un nuovo progetto, finalmente! Dopo le lunghissime saghe di Rambo e Rocky, che lo hanno mantenuto fino ad ora, si cimenta in un altro progetto (che è ormai diventato il suo nuovo franchise). Potrebbe essere definito, già solo leggendo il cast, un film culto del genere action. Stallone è riuscito a mettere insieme attori della nuova e della vecchia generazione di film d’azione ed arti marziali e farli lavorare in un unica pellicola.
Siamo di fronte ad un nuovo genere action dove le scene di combattimento corpo a corpo sono un misto di boxe, MMA, lotta libera, kung fu e chi più ne ha più ne metta. Il taglio delle riprese è accurato e emotivamente curato. Anche le scene d’azione sono ben studiate sia nelle coreografie di combattimento sia nella struttura della scena. Le sceneggiatura ha il tipico plot del film d’azione, quindi niente di eccezionale, anzi in alcuni momenti alcune scene sembrano messe lì solo per far combattere i personaggi. Ma non è tutto da buttare la sceneggiatura funziona sopratutto nei dialoghi, nei riferimenti dei vecchi film degli stessi attori ai riferimenti ironici sulla vita reale degli stessi. Questo suscita ironia e da quel tocco di comicità che non guasta in questo tipo di film. Questo non è un film sulla sobrietà, quindi preparatevi a qualcosa fuori dagli schemi: sparatorie, lanci di coltelli, sonore scazzottate ed dinamite, tanta dinamite. Un film che usa li stilemi del genere e li rinnova per le nuove generazioni, ridando vita ad una categoria di film che negli ultimi anni non ha avuto molte novità. Non si può certamente definirlo uno spartiacque del suo genere, quindi iniziare a parlare di film d’azione pre-expandebles e post-exspandebles non è il caso, ma questa pellicola ha sviluppato nuove idee che almeno non lasciano lo spettatore con un sensazione di “già visto”.

CURIOSITA’: 10 cose da sapere su I Mercenari

CONSIGLI: Non uno di quei film che quando finisce potresti fare un dibattito, per niente! Rilassati e divertiti con qualche esplosione.

IN UNA PAROLA: Esplosivo

GIUDIZIO: 7

Recensione: GODZILLA

Recensione di Godzilla il grande ritorno del mostro nipponico in co-produzione statunitense, dramma e azione in una versione molto vicina all’originale.


TITOLO ORIGINALE: Idem

NAZIONE: Usa, Giappone

ANNO: 2014, colore

REGISTA: Gareth Edwards

INTERPRETI PRINCIPALI: Aaron Taylor-Johnson, Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Juliette Binoche, Sally Hawkins, David Strathairn, Bryan Cranston

GENERE: Azione, Avventura, Thriller, Fantascienza

DURATA: 123 min. (2h e 3 min.)

SINOSSI: Nel 1954 nell’Oceano Pacifico durante test nucleari viene avvistata una creatura mastodontica. Si tenterà di distruggere la creatura ma…

RECENSIONE: Ritorna sugli schermi il grande mostro della Toho: Godzilla. Una nuova pellicola di produzione americana riporta in vita il dinosauro radioattivo. Il film è ben strutturato e presenta alcuni colpi di scena. La storia è ispirata al personaggio di Godzilla ma la trama è completamente nuova. La sceneggiatura miscela benissimo fatti realmente accaduti con la finzione fantascientifica della pellicola. La tanto attesa apparizione di Godzilla nella pellicola è ritardata da ponderate false partenze di sceneggiatura (anche se lo si può già scorgere parzialmente all’inizio della pellicola). Grande film che miscela azione e effetti speciali molto bene. La fotografia cupa rende bene quel senso apocalittico che si respira dalla metà del film. Quello che non convince è la decisione di far passare al protagonista (Aaron Taylor-Johnson) una miriade di guai e farlo sopravvivere ogni volta imboccando lo spettatore sul finale “strappa lacrime” che purtroppo non convince. 
Abbastanza convincente tutto il resto (la storia di Godzilla, il rapporto di Godzilla con altri esseri mostruosi, e la fantabiologia dei mostri) seppur presenti errori nello sviluppo della storia (da notare come gli impulsi elettromagnetici sviluppati da altri mostri influiscono ad intermittenza sulle apparecchiature). Guardando questo film lo spettatore non può fare a meno di pensare ai recenti disastri nucleari (Fukushima, per esempio), altro pregio di questa pellicola.
Questo film non è niente di più che un “Blockbuster” ma è da apprezzare come Godzilla abbia mantenuto il suo aspetto originale, seppur leggermente modificato, conservando anche il raggio nucleare che sputa dalla bocca. Insomma niente a che vedere con il Godzilla del 1998 di Roland Emmerich.

CURIOSITA’:

  • Gli ingegneri del suono hanno usato due altoparlanti alti 12 e 18 piedi che generavano una potenza di 100.000 watts, questo per avere idea della potenza vocale del mostro.
  • Il film è uscito nel 60esimo anniversario di Godzilla.
  • Il film ha 960 riprese con effetti visivi. Il modello in 3D di Godzilla è fatto da 500.000 poligoni e apare in 327 riprese. Se si fosse uutilizzato un solo computer per generare questi effetti grafici ci sarebbero voluti 450 anni.
  • La Toho Studio ha fornito all’ingegnere del suono Erik Aadahl la registrazione originale del 1954 del ruggito di Godzilla, aggiornandolo. Lo ha reso più organico e contemporaneo.
  • I M.U.T.O. sono stati ispirati da King Kong, Alien, Jurassic Park e Starship Troopers
  • Godzilla originariamente doveva essere ritrovato conservato in un ghiacciaio siberiano. Questo fu cambiato quando il regista vide L’uomo d’acciaio che presenta una scena simile.
  • Guillermo Del Toro era considerato per dirigere questo film ma era impegnato alle riprese di Pacific Rim
  • L’urlo di Godzilla ha avuto 50 elaborazioni differenti quella scelta ovviamente è stata usata er il film.
  • Akira Takarada partecipa al film con un cameo. Akira era presente nel film Godzilla del 1954 e appare anche in numerosi sequel. Nella versione cinematografica la sua scena è stata tagliata ma è presente nella versione in DVD.

CONSIGLI: Da vedere mangiando i classici pop-corn. Per apprezzare meglio gli effetti speciali meglio vederlo in sala.

IN UNA PAROLA: Godzilloso

GIUDIZIO: 7

Recensione: MALEFICENT

Recensione del film di produzione Disney: Maleficent. Rifacimento della fiaba della bella addormentata in chiave gothic-dark rivisitando la storia dal punto di vista del cattivo.

TITOLO ORIGINALE: Idem

NAZIONE: Usa

ANNO: 2014, colore

REGISTA: Robert Stromberg

INTERPRETI PRINCIPALI: Angelina Jolie, Elle Fanning, Sharlto Copley, Lesley Manville, Imelda Staunton, Juno Temple, Sam Riley, Brenton Thwaites, Kenneth Cranham

GENERE: Fantastico, Avventura

DURATA: 97 min. (1h 37 min.)

SINOSSI: Malefica è una fata che dovrà proteggere la Brughiera dall’avidità degli umani, fino a che non conosce Stefano, un giovane ragazzo povero, con il quale avrà una amicizia fino a quando…

RECENSIONE: Quest film narra la storia de La Bella Addormentata nel Bosco secondo il punto di vista di Malefica, la fata cattiva. La trama differisce molto da quello che siamo abituati a vedere.
Le ambientazioni, il gioco di luci, l’interpretazione della Jolie contribuiscono però a riportare alla mente la pellicola Disney del 1959, tanto che la scena del battesimo è stata realizzata inquadratura per inquadratura come era nel film di animazione, regalando allo spettatore quel senso di sicurezza di cui aveva bisogno sin dall’inizio del film.
La pellicola parte come una classica storia per poi sfociare nell’epico, con una battaglia che vede cimentarsi sul campo uomini e creature fatate di cui non se ne capisce il senso. Forse la battaglia iniziale è un pretesto narrativo per giustificare e fomentare ancora di più l’odio di Malefica nei confronti degli umani. 
Una delle morali che emergono da questo film è il solito stereotipo fiabesco dell’essere umano cattivo e degli esseri fatati buoni e pacifici, ma al di fuori di questo quello che affascina di più è appunto la dualità della protagonista: Malefica. Prima vendicativa, poi amorevole. Combattuta dall’amore e dall’odio: amore nei confronti di Aurora e odio nei confronti di suo padre, il Re Stefano.
Il regista, Robert Stromberg, già vincitore di due premi oscar per la scenografia di Avatar e Alice in the Wonderland, ci regala una fiaba con tonalità che vanno dal gotico (in stile Burton) al medievale, e sembra dirci “Guardate che la vera storia di Aurora e di Malefica è questa”. E’ proprio vero che le fiabe vengono modificate a seconda di come cambia la società. L’era dei Fratelli Grimm s’è conclusa da un po’, ora c’è l’era Disney.

CURIOSITA’:

  • Angelina Jolie lavoro molto sull’aspetto del suo personaggio. I produttori Disney volevano sfruttare l’immagine della bella attrice ma la Jolie insistette per mantenere un aspetto spaventoso coerente con il suo personaggio.
  • Lana del Rey canta il tema principale Once Upon a Dream nuova versione della canzone presenta ne La bella addormentata nel bosco (1959)
  • La Jolie ha sempre avuto interesse a lavorare in questa pellicola fin dall’inizio, tanto da figurare tra i produttori del film.
  • Vivienne Jolie-Pitt, figlia della Jolie, recita la parte della piccola Aurora.
  • Angelina non ha fatto uso di stunt per realizzare questo film.
  • Angelina ha dichiarato di avere un paio di corna del costume di Malefica a casa.
  • Per coincidenza il film è uscito il 30 maggio esattamente al 55esimo anniversario de La bella addormentata nel bosco.
  • Il trucco di malefica è stato ispirato dalla cantante Lady Gaga, in particolare la copertina dell’album Born this way
  • Robert Stromberg è al suo debutto alla regia.
  • Angelina Jolie aveva parecchie paia di corna da indossare di differente peso. Un di queste era così pesante da farle male il collo.
  • Miranda Richardson interpretava la Regina Ulla, ma il suo ruolo è stato tagliato.

CONSIGLI: Continuerete a ripetere “Ma la storia non era così!”. Lasciate perdere, non confrontate questa pellicola con ciò che già conoscete altrimenti vi perdete tutto il bello.

IN UNA PAROLA: Fiabesco.

GIUDIZIO: 6 e mezzo

UP

TITOLO ORIGINALE: idem

NAZIONE: Usa

ANNO: 2009

REGISTA: Peter Docter

INTERPRETI PRINCIPALI: Edward Asner, Jordan Nagai, Christopher Plummer, Bob Peterson, Delroy Lindo, Jérôme Ranft, Josh Cooley, Pete Docter

GENERE: Commedia, Fantastico, Avventura

DURATA: 96 min (1h, 36 min), colore

SINOSSI: Il piccolo Carl incontra Ellie, una bambina che diventerà sua moglie. Insieme hanno il sogno di fare un viaggio avventuroso…

RECENSIONE: Vincitore nel 2010 del premio Oscar come miglior film d’animazione, il decimo film prodotto dall’accoppiata Disney-Pixar è veramente un capolavoro. La sequenza della storia d’amore tra Carl e Ellie è cinema puro: solo qualche quadro, semplice e schematico, che scandisce il tempo che passa, nessun dialogo solo un pregevole commento musicale che descrive in melodia gli stati d’animo del protagonista. (Premio Oscar come migliore colonna sonora 2010)
I temi toccati da questo film sono il vero amore, la vecchiaia, l’abbandono, la solitudine ma anche l’importanza degli amici, la lealtà e la fedeltà. Una favola fantastica e visivamente spettacolare, memorabile la scena della casa di Carl che prende il volo con migliaia di palloncini. Un film dal forte impatto visivo anche per la scelta dell’inquadrature a volte abbastanza ricercate altre volutamente piatte (stile sitcom) forse per poter esaltare l’effetto del 3D di cui hanno goduto gli spettatori al cinema. Ma a parte questa scelta, presumibilmente di carattere tecnico, anche le inquadrature a figura intera danno un senso “sicurezza” visiva tanto da goderne (inconsciamente) la spettacolarità dei bellissimi fondali. Film con tratti comici sempre presenti grazie anche al personaggio di Russell, un piccolo boy scout che si trova, suo malgrado, coinvolto nell’avventura di Carl. Il costante contrasto tra Carl e Russell produce gag esilaranti e situazioni comiche veramente gustose complice anche la ingenuità dello stesso Russell.
Gustoso, divertente, avventuroso e il capitolo amoroso è stato ben studiato dagli sceneggiatori rendendolo dolce quanto basta, senza esagerare e senza nel melenso. (Aspetto che di solito appesantisce il film).
Una sceneggiatura geniale (sopratutto all’inizio) e semplice (con una struttura a tappe che ricorda più un film a episodi). Questo dimostra che il più delle volte la semplicità e la fantasia insieme possono dare film che possono diventare subito dei classici.

CURIOSITA’:

  • Primo film prodotto della Pixar in 3D.
  • Primo film della Pixar da “Alla ricerca di Nemo” a non essere presentato nel formato 2.35:1
  • Primo film d’animazione e primo film in 3D ad aprire il Festival di Cannes. Quando il film finì il pubblico rimase completamente in silenzio. Secondo la testimonianza di John Lasseter fu Tilda Switon che ruppe il silenzio e incoraggiò tutti ad una standing ovation.
  • Il leggendario cantante Charles Aznavour dà la voce a Carl nella versione francese, mentre in quella italiana è il grande attore Giancarlo Giannini.
  • Come tradizione Pixar, John Ratzenberger, offre ancora la sua voce a uno dei personaggi del film facendo di lui l’unico attore ad aver “recitato” in tutti i film Pixar.
  • Il personaggio di Carl è stato creato miscelando Spencer Tracy e Walter Matthau.
  • Il titolo in codice durante la produzione del film fu “Helium”
  • Quando il giovane Charles Muntz parla al pubblico per presentare l’animale vivo, tutti indossano il cappello ma si tratta di una vero e proprio mare di cappelli. Non ci sono pesone sotto i cappelli.
  • E’ il secondo maggiore successo commerciale dopo “alla ricerca di Nemo”

CONSIGLI: Da vedere con un parente o con tutta la famiglia.

IN UNA PAROLA: Fantastico

GIUDIZIO: 9

AVATAR

TITOLO ORIGINALE: Idem

NAZIONE: Usa

ANNO: 2009

REGIA: James Cameron
 
INTERPRETI PRINCIPALI: Sam Worthington,Zoë Saldaña, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Michelle Rodríguez, Joel Moore, Stephen Lang, CCH Pounder, Laz Alonso, Wes Studi, Matt Gerald, Dileep Rao
 
GENERE: Fantascienza, Avventura
 
DURATA: 162 minuti (2h42min), Colore

Questa recensione ha partecipato al concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino

SINOSSI: Siamo sul pianeta Pandora. Un marines terrestre viene incaricato d’infiltrarsi all’interno della comunità Na’vi, una tribù autoctona, per favorire lo sfruttamento da parte dei potenti terrestri del ricco sottosuolo pandoriano.

RECENSIONE: Cameron ha concepito qualcosa di incredibile. “Avatar” non è un film, è un viaggio. Un’ avventura in un mondo fantastico. La storia non è delle più originali ma quello che ha d’incredibile questo film non è la trama. L’Avatar (un alter ego bio-chimico) non lo “indossa” solo il protagonista Jack Skully, ma anche lo spettatore in sala. Con l’ausilio della tecnologia 3D ci si trova veramente sul quel pianeta fantastico, dove ogni essere è connesso e dove gli alberi sono la memoria di un’intera civiltà. Non sfugge il parallelo con la nostra terra e il messaggio ecologista è palese, ma quello che è veramente bello è la connettività bio-chimica che tutti gli esseri hanno (grazie a delle terminazioni nervose poste all’interno delle trecce dei Na’vi). Gli indigeni per poter cavalcare i loro cavalli a sei zampe si connettono celebralmente “guidandoli” con il pensiero. Il concetto che i Na’vi hanno di comunità per noi è un utopia, tutti si uniscono in una sola entità per salvare la vita di un solo essere (ed è un peccato che non ci sia questa mentalità nella realtà). Quello che noi viviamo attraverso internet (“connettersi” con altri esseri umani) i Na’vi lo vivono attraverso il loro corpo. Questo film non è solo cinema, è una esperienza. Ma se la vita Na’vi affascina, la spettacolarità non è di certo trascurata (si noti la foresta luminescente). Le scene di guerra sono adrenaliniche. Insomma ce n’è anche per gli appassionati dell’action movie. Forse l’unica pecca è la lunghezza della pellicola: si sa in anticipo dove Cameron voglia andare a parare ma ci impiega un pò per farlo. Qui Cameron entra nel classico limbo creativo di chi ha tanto da raccontare e poco tempo per farlo. Ma questa è l’unica defaillance di “Avatar”, dove la scoperta di Pandora è quasi più importante della storia in sè. Il film è comunque costellato da scene molto emozionanti (sopratutto sul finale) dove viene alla luce l’amore disinteressato, quello puro, quello al quale, nonostante l’infedeltà e i rancori, viene concessa una seconda opportunità. Questo film è anche filosofia. Dove la cosa più importante è il rispetto di tutte le forme di vita, dove l’equilibrio tra l'”essere” e la natura è la vera religione. La musica composta da Horner descrive bene queste scene. La colonna sonora è farcita di sonorità etniche e percussioni tribali che accompagnano le emozionanti melodie. “Avatar” è un fenomeno che va oltre al puro cinema.

CURIOSITA’:
Fonte IMDb (in inglese)
Possibile sequel (vedi articolo)

CONSIGLI: Si consiglia la visione della versione in 3D (anche se dopo la visione in 3D nasce un lecito dubbio: la versione in 2D sarà altrettanto coinvolgente?). Da gustare con gli occhi attenti e il cuore spalancato.

IN UNA PAROLA: Avaturoso

GIUDIZIO: 8+

Recensione: ALICE IN WONDERLAND

Recensione di Alice In Wonderland di Tim Burton, film visivamente spettacolare ma che lascia un po’ di amaro in bocca

TITOLO ORIGINALE: Alice in Wonderland

NAZIONE: Usa

ANNO: 2010

REGISTA: Tim Burton

INTERPRETI PRINCIPALI: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Stephen Fry, Crispin Glover, Michael Shee

GENERE: Avventura, Fantastico

DURATA: 109 min (1h46min), Colori

Questa recensione ha partecipato al concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino

SINOSSI: Alice scappa della sua festa di fidanzamento per seguire il Bianconiglio nel paese delle meraviglie.

RECENSIONE: Il film è tratto dai romanzi “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò” scritti da Lewis Carroll ed è l’ennesiama trasposizione cinematografica di questo classico della letteratura inglese. Nonostante la Disney riproponga questa storia (già presentata nel 1951) con un altro registro, le avventure di Alice, rielaborate dal visionario Burton, affascinano più che mai. Anche perchè non è un mero remake ma è un ritorno al “paese delle meraviglie”. Certo, non siamo di fronte ad un lavoro che si possa definire al 100 % “burtoniano”, ma lo stile del maestro del gotico lo ritroviamo in più riprese (es.la rappresentazione della foresta, l’uso dei chiaro-scuri e della rappresentazione scenica). All’inizio il ritmo della storia è molto veloce, tant’è che, dopo mezz’ora di film, già s’incontrano la gran parte dei personaggi protagonisti, tutti realizzati in maniera straordinaria. Degni di nota sono lo Stregatto (subdolo ma affascinante felino che volteggia, sparisce e riappare a piacimento), Pincopanco e Pancopinco (il loro costante contrasto da vità a divertenti siparietti) la Regina Bianca (un’eterea e schifiltosa Anne Hathaway) la Regina Rossa (una psicotica e crudele Helen Bohman Carter) e la lepre Marzolina (personaggio poco presente ma molto divertente, ben curato e creato in tutta la sua coinvolgente pazzia). Un capitolo a parte va riservato al personaggio del Cappellaio Matto interpretato da Johnny Depp. Ci si aspettava un Cappellaio Matto un pò più pazzo. La triste emotività del personaggio è eccessiva ma fortunatamente qualche sprazzo di insanità hanno reso il personaggio più godibile. L’impressione è che Depp abbia fuso insieme Sparrow ed Edward mani-di-formice, i suoi movimenti fluidi e sinuosi e le espressioni tenere e melense ne sono la prova. Il personaggio fortunatamente guadagna qualche punto nell’esibizione della “deliranza” finale. Non si dubita che dietro al personaggio del Cappellaio Matto non ci sia stato uno studio ma sicuramente non è uno dei personaggi più emblematici di Depp. L’interpertazione di Mia Wasikowska (Alice), a parte la sua somiglianza con Gwyneth Paltrow, lascia segni delebili (si nota che è giovani e inesperta – crescerà!). Il film è godibile ma sul finale perde qualche colpo: il ritmo si abbassa e la storia si capisce dove va a finire ma Burton mette qua e là qualche siparietto surreale che rende più sopportabile la ripetitività della storia. La sceneggiatura, tralasciando il fatto che il film sia ispirato a un soggetto collaudato, non viene sviluppata con grande mestiere. Certo è che la trama passa in secondo piano considerando che questa pellicola è più “visiva” che “narrativa”. Effetti speciali all’avanguardia, ambientazioni fantastiche straordinarie e movimenti di macchina a volte al limite del possibile tutto per appagare la spettacolarità di una pellicola altrimenti un pò vuota e ridondante. Il finale delude sopratutto per il messaggio che lancia, sembra dire: “Lasciate perdere il paese delle meraviglie, non esiste! Vivete la realtà, quella è importante!”, smontando tutta la macchina di spensieratezza della pellicola. Morale troppo realista: inconsueta per Burton e un cambio di tendenza inspiegabile da parte della Disney visto che sulla fantasia e la magia ha creato un impero.

CURIOSITA’:
(fonte Wikipedia)
– Ci si potrebbe chiedere perché Tim Burton abbia preferito l’arancione al bianco (colore usato nel film d’animazione della Disney del 1951) per la realizzazione della capigliatura del Cappellaio Matto. Questo, a detta di Burton, è stato un volontario richiamo a quella che era l’attività dei cappellai nel diciannovesimo secolo: per la lavorazione del feltro, erano spesso costretti a trattarlo con del mercurio, tra le cui caratteristiche vi era appunto quella di creare una forte forma d’intossicazione, con conseunti stati d’allucinazione e di squilibrio mentale, facendo inoltre mutare il colore dei capelli in arancione (poiché spesso provavano sulla loro testa i cappelli che producevano. Ecco perché Lewis Carroll partorì questo personaggio: Matto come un cappellaio (Mad as a hatter) che, paradossalmente, nella società del diciannovesimo secolo non era una figura rara da trovare.
– La “deliranza”, eseguita dal cappellaio matto, ricorda il finale di “Beetlejuice”, film del 1988 diretto dallo stesso Burton; anche il movimento rotatorio della testa del Cappellaio è identico a quello compiuto da Beetlejuice.
– Determinati aspetti della trama (in particolare il ritorno di Alice dopo un precedente viaggio del quale non ha ricordo e la regina rossa che tiranneggia) ricordano molto la trama del videogioco American McGee’s Alice.
– La fuga iniziale di Alice dalla festa in casa ricorda molto la parte iniziale di Alice nel paese delle meraviglie film TV del 1999 diretto da Nick Willing, nel quale Alice scappa di casa per paura e vergogna di cantare una canzone dinnanzi agli ospiti. Sempre nel film di Willing è presente la rassomiglianza dei personaggi con gli invitati alla festa, elemento inesistente nel romanzo originale, ripreso forse dal film “Il mago di Oz”.
– Il Fante della Regina di cuori ha una benda all’occhio sinistro, che mentre compie atti malvagi è nera, ma diventa rossa quando si trova vicino alla regina di cuori. Ha un occhio solo perché il Fante di Cuori e il Fante di Picche sono chiamati, in Inghilterra, One-Eyed Jacks, per la loro rappresentazione di profilo.
– All’inizio (e in una locandina del film), quando Alice si ritrova catapultata nel Paese delle meraviglie, si riconosce chiaramente sullo sfondo l’albero dei morti de “Il mistero di Sleepy Hollow”; chiara citazione di un altro celebre film dello stesso Tim Burton.
– Nel film sono presenti anche un omaggio ad un film di animazione di Burton “La sposa cadavere”, dove nel giardino della Regina Rossa si notano dei rami a forma di mano. Sempre nel giardino, sono presenti cespugli dalle svariate forme, omaggio al famoso film di Burton “Edward mani di forbice” inoltre quando il cappellaio nasconde la piccola Alice nella teiera e le taglia velocemente un vestito da farle indossare, lo fa con le stesse mosse di Edward (e guardacaso Johnny Depp ha recitato nel ruolo di entrambi i personaggi).
– La corona delle regine cambia il colore delle gemme a seconda di chi la indossa: se la indossa quella rossa diventano rosse, se la indossa quella bianca, diventano azzurre.
– Il Ghiro è una femmina nel film, e questo ha scatenato molte domande sul perchè. Burton rispose che nel libro il suo sesso non è specificato.
– La risposta alla frequente domanda posta dal cappellaio ad Alice “perché un corvo assomiglia ad una scrivania?” è molto semplice: un corvo assomiglia ad una scrivania poiché sia l’uno che l’altra hanno le penne. L’indovinello comunque era stato pensato da Carroll per non avere risposta, solo dopo la pubblicazione del libro pensò ad una soluzione e partì anche un concorso per inventarne una! Una di queste è «ci somiglia perché entrambi producono note» (le note della scrivania si riferiscono agli appunti, appunto “note” invece per il corvo le note sarebbero quelle prodotte dal suo verso).
– Sulla stoffa del nastro legato al collo del Cappellaio sono impresse diverse teste variopinte di Jack Skeletron, protagonista del film prodotto da Burton “The Nightmare Before Christmas”.
– All’inizio del film, Lady Ascot, mentre passaggia con Alice, scopre che sono state piantate rose bianche, quando lei le aveva chieste rosse. Un riferimento alla prima volta in cui Alice, nel romanzo, vede la Regina di Cuori, decisa a punire tre carte per aver piantato rose bianche e poi dipingerle di rosso.

(fonte IMDb)
Clicca qui per altre curiosità (in Inglese)

CONSIGLI: Aprite la mente alla fantasia e lasciatevi coinvolgere come si faceva da bambini.

IN UNA PAROLA: Burtonesco

GIUDIZIO 6 e mezzo

Recensione: BASTARDI SENZA GLORIA

Recensione del film Bastardi Senza Gloria di Quentin Tarantino. Un film che rivedere e corregge la storia della Seconda Guerra Mondiale con pennellate di violenza e pulp.

TITOLO ORIGINALE: Inglourious Basterds

NAZIONE: Usa

ANNO: 2009

REGISTA: Quentin Tarantino

INTERPRETI PRINCIPALI: Brad Pitt, Christoph Waltz, Michael Fassbender, Eli Roth, Diane Kruger, Daniel Brühl, Til Schweiger, Mélanie Laurent

GENERE: Avventura, Azione, Guerra

DURATA: 153 min (2h33min), Colori

Questa recensione ha partecipato al concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino

SINOSSI: Durante la seconda guerra mondiale un manipolo di soldati americani ebrei ha come missione di eliminare tutti i tedeschi naziasti che possono. Nel frattempo una ragazza ebrea, sopravissuta allo sterminio della sua famiglia, ha un’occasione irripetibile: uccidere tutti i gerarchi nazisti.

RECENSIONE: “Bastardi senza gloria” è un film entusiasmante, storicamente strampalato, violentemente tarantiniano, che si consuma tutto d’un fiato e che una volta finito non si può fare a meno d’applaudire. Con un inizio sornione, Quentin ci proietta nella sua seconda guerra mondiale con i soliti tedeschi in cerca di ebrei. Ma dopo qualche minuto di visione viene presentato questo manipolo di uomini molto sui generis: dei soldati americani ebrei, chiamati i “Bastardi”, che cacciano Nazisti come fossero selvaggina. Tarantino già qui spiazza lo spettatore. I carnefici diventano vittime, e queste vittime hanno paura! (si veda la prima scena dove viene presentato Hitler, un ottimo Martin Wuttke). Il cast è formidabile. Spicca fin dall’inizio la straordinaria performance attoriale di Christoph Waltz (nella parte del mellifluo e sornione colonnello delle SS Hans Landa) vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista (più che meritato). Un personaggio sfaccettato e pieno di sfumature, affascinante e spaventevole allo stesso tempo. Il personaggio interpretanto da Brad Pitt, il tenente Aldo Raine, capo dei Bastardi, è straordinariamente confezionato: un leggero prognatismo alla Marlon Brando ne Il Padrino, una vistosa cicatrice alla gola e i suoi metodi spicci fanno di lui un personaggio interessante, forte e pieno di mistero. Alcuni “bastardi” sono ben caratterizzati come Hugo Stiglitz (interpretato da Til Schweiger) e Donnie Donowitz (Tim Roth) soprannominato L’Orso Ebreo mentre altri sono un pò trascurati. Tutti gli attori hanno lavorato molto bene e Tarantino ha dato il meglio di sè: ha sviluppato all’esagerazione il suo stile citazionistico (nomi, film, registi – si noti il cameo di Castellani) e il taglio stilistico della pellicola non delude: inconfondibile. Non trascura anche il “mero” divertimento fine a sè stesso, cosa sempre presente nei film di Tarantino: situazioni curiose e comiche all’interno di un contesto dove gli equilibri sembrano rompersi da un momento all’altro. In questo film prevale il thriller. La tensione e la suspance che riesce a creare in alcune scene mette veramente i brividi, degna del grande Hitchcock. La sceneggiatura è da manuale ed è un peccato che non abbiam ricevuto l’Oscar. La violenza e l’azione, come solo Tarantino può concepire, non mancano anzi si evolvono: la violenza fisica (se pur presente) sembra cedere il passo ad quella psicologica. Le scene d’azione sono brevi, concitate ma piene di tutto quello che ci vuole (sparatorie, mexican standoff, torture). La musica, come detta lo stile tarantiniano, è “ripescata” da altre colonne sonore composte dai più grandi autori di musica da film (sono presenti brani di Morricone, Schifrin, Bernstein) ma anche di artisti contemporanei (come David Bowie). Un film sviluppato tutto sulla comunicazione (i salti mortali da una lingua all’altra, i gesti e il linguaggio del corpo sono cruciali per la trama del film) dove il protagonista, manco a dirlo, è il cinema (le scene conclusive si ambientano in una sala cinematografica). Insomma un lavoro sul cinema, per il cinema nel cinema dove l’azione, la violenza, la suspance e un velo d’ironia vanno oltre a quello che, a prima vista, può sembrare a un film di guerra. Questo film è tutto Tarantino e senza vergonga, senza mezze misure, con una consapevolezza da fare invidia, il regista lo dichiara apertamente alla fine del film dicendo, con le sembianze di Aldo Raine, che: “Questo potrebbe essere il mio capolavoro!”. Senza parole. Standing ovation.

CURIOSITA’
(fonte Wikipedia)

– Lo pseudonimo siciliano usato dal sergente Donnie Donowitz in occasione della premiere di Orgoglio della nazione è Antonio Margheriti, un chiaro riferimento al regista italiano noto per aver diretto svariati film horror/splatter amati da Tarantino (“Apocalypse domani” fra tutti).
– Nella scena in cui il colonnello Hans Landa strozza l’attrice Bridget von Hammersmark, al momento del primo piano le mani non sono quelle del colonnello, ma quelle di Quentin Tarantino.
– Tarantino appare nel film con un bel primo piano dedicato a lui: si tratta del primo cadavere di un soldato tedesco a cui i “Bastardi” strappano lo scalpo.
– Il film “Orgoglio della nazione” che viene presentato durante la serata nazista è stato diretto da Eli Roth, l’attore che interpreta Donnie Donowitz, soprannominato l’Orso Ebreo.
– L’attore Sylvester Groth aveva già interpretato il personaggio del ministro della propaganda Joseph Goebbels nel film “Mein Führer – La veramente vera verità su Adolf Hitler”, a cui si fa riferimento con il mappamondo-bar che compare a metà film.
– Nella scena in cui i bastardi liberano Stiglitz dalla prigionia è presente in sottofondo il pezzo musicale “La battaglia di Algeri”, un chiaro omaggio di Tarantino al regista italiano Gillo Pontecorvo ed al suo capolavoro, “La battaglia di Algeri” appunto.
– Nella prima scena del film, Hans Landa giunge alla fattoria del signor La Padite scortato da due motociclette e da un SdKfz 104, che in realtà non fu mai usato per compiti di scorta ma essenzialmente per il trasporto dei rifornimenti.
– Alla prèmiere nazista non erano presenti né Himmler, né Donitz.
– Nella prima scena in cui si vede Shosanna a Parigi per la prima volta, sta rimuovendo dal cinema le insegne e si nota che in quel cinema veniva proiettato “La tragedia di Piz Palü” film in cui recita l’attrice Leni Riefenstahl, di cui Quentin Tarantino afferma “È stata la più grande regista mai esistita”. Piz Palü viene citato anche nella scena del bar in cui si discuteva dello strano accento dell’infiltrato inglese, e per giustificarlo rispondono che il soldato viene da un piccolo paesino di montagna vicino appunto al Piz Palü.
– Il soldato Hugo Stiglitz prende nome dall’omonimo attore messicano divenuto famoso fra gli anni settanta e ottanta per numerosi film horror tra cui Under the Volcano e Incubo sulla città contaminata del regista Umberto Lenzi.
– Nella scena in cui Aldo Raine/Brad Pitt tratta il rilascio di Bridget von Hammersmack tenuta in ostaggio nello scantinato da un soldato, viene citata l’espressione Stallo alla messicana espressione che indica una situazione nella quale due o più persone (solitamente tre) si tengono sotto tiro a vicenda con delle armi, in modo che nessuno possa attaccare il suo opponente senza essere a sua volta attaccato e divenuta famosa grazie al genere spaghetti-western di cui Quentin Tarantino è grande estimatore.
– L’omaggio al film del 1977 di Enzo G. Castellari non si ferma al titolo e alla nascita del gruppo, ma lo stesso personaggio interpretato da Brad Pitt è vestito in maniera identica a Bo Svenson, che in Quel maledetto treno blindato pure interpreta il leader del gruppo; inoltre il regista del primo film fa in Bastardi senza gloria un piccolo cameo nel ruolo di un comandante nazista.

(fonte IMDb)
– Quentin Tarantino lavorò alla sceneggiatura per quasi un decennio
– Nastassja Kinski avrebbe dovuto interpretare Bridget Von Hammersmak; Tarantino incontrò l’attrice ma non venne raggiunto un accordo.
– Il nome del personaggio interpretato da Mike Mayers è un omaggio all’attrice Edwige Fenech.
– Su tutto il materiale promozionale tedesco del film la svastica è stata oscurata o rimossa a causa della legge che vige in Germania (è vietato l’esibizione di simboli nazisti a meno che non abbiano una funzione di acuratezza storica)
– La pipa che fuma il colonello Landa è una Calabash Meerschaum, conosciuta come la pipa di Sherlock Holmes.
– Quando è stato chiesto come abbia fatto a diventare così violento per il suo ruolo Eli Roth in parte ha attribuito la sua performance ai costumi storicamente accurati: “Essere in biancheria intima di lana vi faranno venire voglia di uccidere qualsiasi cosa.” Eli ha anche affermato (in una intervista a parte) che la sua ragazza aveva segretamente aggiunto un po ‘di musica di Hannah Montana sul suo iPod, quando l’ascoltava, inspiegabilmente riusciva ad entrare nella natura violenta dell’ “Orso Ebreo”.

Altre curiosità le trovate qui (in Inglese)

CONSIGLI: E’ consigliabile vedere questo film in lingua originale (sottotitoli a piacere). Da seguire in religioso silenzio.

IN UNA PAROLA: Tarantiniano

GIUDIZIO 8 e mezzo

Recensione: I SETTE SAMURAI

Recensione del grande film di Akira Kurusawa, che è stato di ispirazione anche per Hollywood…



TITOLO ORIGINALE: Shichinin no Samurai – 七人の侍

NAZIONE: Giappone

ANNO: 1954

REGISTA: Akira Kurosawa

INTERPRETI PRINCIPALI: Takashi Shimura, Yoshio Inaba, Daisuke Katō, Minoru Chiaki, Isao Kimura, Seiji Miyaguchi, Toshirō Mifune

GENERE: Drammatico, Avventura

DURATA: 200 min (3h20min), B/N

SINOSSI: Degli umili e ignoranti contadini, abitanti di un villaggio, per prevenire un attacco da parte dei briganti decidono di assoldare dei Samurai (pagandoli solo con vitto e alloggio) per proteggere le loro abitazioni ed il loro raccolto.

RECESIONE: Akira Kurosawa dirige un film che, a giudicare dalla trama, potrebbe risultare poco incisivo o addirittura banale. In realtà è un film completo, strutturato e ben misurato. Per semplicità qui è stato classificato come un film drammatico ma in realtà racchiude più generi: la pellicola è a tratti comica, verso la fine prevale l’azione e la drammaticità, è ambientata in un contesto storico preciso nella quale trova spazio anche una storia d’amore (ben dosata e per niente melensa). Kurosawa ha usato espedienti tecnici che aumentano la drammaticità in momenti salienti (si noti l’uso del rallentatore) questo ne fa una pellicola all’avanguardia rispetto alle produzioni coeve. La fotografia (in bianco e nero) è gestita benissimo soprattuto nelle scene soleggiate. La macchina da presa gioca con i personaggi, entra ed esce dalle stanze, a volte sbircia gli avvenimenti come farebbe un bimbo mentre ascolta discorsi da grandi. Le inquadrature sono ben studiate e ben composte anche per dare un buona profondità di campo alla scena che a causa del bianco e nero sarebbe piatta, questo inconveniente, comunque, è gestito benissimo dal reparto della fotografia (coadiuvato dalla mirabile regia). I primi piani non sono mai banali e descrivono con precisione i personaggi. Gli attori sono tutti formidabili soprattutto per l’utilizzo dell’espressioni facciali. A seconda dell’evento il loro viso si trasfigura in espressioni che noi occidentali siamo abituati a vedere nei cartoni animati di produzione giapponese, ma che in realtà pescano a piene mani dalla tradizione del teatro No e Kabuki. I visi diventano maschere innoridite, spaventate e impaurite. Occhi e bocche vengono spalancati a preannunciare pericolo e paura. Dei sette samurai purtroppo non tutti rimangono impressi, seppur tutti bene rappresentati. Tuttavia i samurai memorabili sono: Kambei Shimada (il capo coordinatore dei sette), Katsushirō Okamoto (pupillo di Kambei nonchè protagonista di una storia d’amore con una contadina), Shichirōji (vecchia conoscenza di Kambei) e Kyūzō (forse il più valorso del gruppo, ammirato da Katsushirō). Un nota a parte merita Kikuchiyo interpretato da Toshirō Mifune. Un personaggio fantastico interpretato in un modo sublime. Kikuchiyo è l’anima meno nobile e poetica dei sette samurai lo si vede dai movimenti scimmieschi, dalle urla di gioia e dai salti d’eccitazione scomposti e sgraziati. Nonostante il suo comportamente grezzo, risulta simpatico e sincero e riesce a conquistare gli altri sei samurai che lo prendono con sè. Sostanzialmente è il verò protagonista ma non offusca mai completamente gli altri eroi della storia. Kikuchiyo non è solo il giullare di tutta la storia, i fantasmi del suo passato rendono questo personaggio molto sfaccettato (si noti la scena in cui si sfoga con i samurai sulla loro casta).E’un film che va oltre al mero intrattenimento infatti condatta la modernità a favore della tradizione e che esalta i valori del rispetto, dell’onore e della fraternità fra gli uomini aiutando chi ne ha più bisogno senza chiedere nulla in cambio. Questo film pieno di azione, di poesia e di momenti commoventi è un vero proprio manifesto della vita dell’eroe moderno: il sacrificio di pochi per la felicità e il benessere di molti.

CURIOSITA’: (Fonte: Wikipedia)
– Il film fu trasformato in un western da Hollywood nel 1960, I magnifici sette, remake per la regia di John Sturges.

CONSIGLI: Da vedere al buio in mistico silenzio.

IN UNA PAROLA: Eterno

GIUDIZIO 9 e 1/2