TITUS

TITOLO ORIGINALE: Idem

NAZIONE: Regno Unito/Usa/Italia

ANNO: 1999

REGISTA: Julie Taymor

INTERPRETI PRINCIPALI: Anthony Hopkins, Jessica Lange Jonathan, Rhys-Meyers, Matthew Rhys, James Frain, Laura Fraser, Harry Lennix, Alan Cumming, Colm Feore, Osheen Jones, Angus Macfadyen, Kenny Doughty, Blake Ritson, Colin Wells

GENERE: drammatico

DURATA: 162 min (2h, 42 min), colore

SINOSSI: Il generale Titus ritorna a Roma dopo aver vinto una guerra ma la sua presenza avvia un meccanismo di invidia, violenza e vendetta.

RECESIONE: Film tratto dalla tragedia di William Shakespeare “Titus Andronicus”. La storia presenta i marchi di fabbrica della maggior parte dei lavori del drammaturgo inglese: vendetta, gelosia, pazzia e violenza. Ma quello che balza all’occhio non è la trama (in quanto trasposizione cinematografica di un opera teatrale) ma è come la storia è stata rappresentata. La scelta di ambientare la storia con toni che vanno dal post-modernismo allo steam punk è molto curiosa. Infatti la mescolanza tra antico e moderno dà una connotazione al film ultra-temporale decurtando al film di una precisa collocazione storica, donando universalità alla trama. Tecnicamente il film è ineccepibile. Regia è curatissima ed insieme al reparto di fotografia compie un lavoro visionario, a tratti la pellicola sembra una graphic novel e non vengono risparmiate citazioni d’arte pittorica (si riconosce in una scena la Morte di Marat di Jacques-Louis David). I colori, le luci e le ombre riempiono e enfatizzano. Le scene oniriche hanno uno stampo lisergico ottimamente rappresentato con effetti speciali e sovrapposizioni di immagini. Il reparto scenografico (Nastro d’Argento 2010) ha fatto un enorme lavoro ed è riuscito a richiamare alla mente dello spettatore i fasti e le architetture colossali della Roma Imperiale (sebbene venga utilizzato spesso il Palazzo della Civiltà Italiana dell’Eur, sopratutto per coerenza stilistica). Il cast, di prima scelta, ha saputo ben interpretare il testo shakespeariano dosando sapientemente la recitazione teatrale con quella cinematografica. Hopkins è straordinario nella parte di Titus.
Forse l’unica pecca è il linguaggio seicentesco del testo, troppo vetusto e aulico per i più incomprensibile ma un punto di forza per gli appassionati delle opere del drammaturgo di Stratford-upon-Avon. Titus è un film crudo e violento sia nelle azioni che nelle parole, dove la trama intrattiene fino all’ultimo lo spettatore.

CURIOSITA’: [Fonte: IMBb]

  • In una scena due rivali politi hanno come colore dei loro stendardi richiamano i colori della squadre di calcio della Lazio e della Roma, Julie Taymor (regista) ha detto che la scelta è stata non intenzionale.
  • L’esperienza attoriale di Hopkins in questo film fu così stressante che considerò un ritiro dalle scene.
  • Dopo le riprese della scena finale Anthony Hopkins ha scatenato la sua ira mostrando il dito medio alla telecamera.
  • Il cast ha provato per tre settimane prima dell’inizio delle riprese.
  • Nessuno dei personaggi indossa vestiti di colore verde, l’unico verde presente sulla pellicola è di natura vegetale (verdura, erba e piante). I costumi sono stati commissionati dalla regista solo con i colori rosso, metallico, blu, grigio, nero e bianco.
  • Dante Ferretti è stato ingaggiato per la scenografia di questo film grazie al suo lavoro nel Satyricon di Fellini.
  • Alan Cumming lavorerà ancora con la regista Julie Taymor ne il film “The tempest” altra trasposizione cinematografica di un opera di Shakespeare.

CONSIGLI: Il linguaggio è un po’ ostico ma se avete pazienza e aguzzate orecchie e cervello vedrete un film eclettico e violento.

IN UNA PAROLA: Visionario

GIUDIZIO: 7

PULP FICTION

TITOLO ORIGINALE: Idem

NAZIONE: Usa

ANNO: 1994

REGIA: Quentin Tarantino

INTERPRETI PRINCIPALI: John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Harvey Keitel, Christopher Walken, Eric Stoltz, Rosanna Arquette, Quentin Tarantino, Maria de Medeiros, Peter Greene

GENERE: Thriller, Commedia, Azione, Drammatico

DURATA: 154min (2h 34min), Colore

PRODUZIONE: A Band Apart, Jersey Films, Miramax Films

DISTRIBUZIONE: Cecchi Gori Group (Italia)

SINOSSI: Una coppia discute se è meglio rapinare nel ristorante dove mangiano o meno. Due killer devono compiere una missione ma avranno un intoppo. Un pugile, reo di non avere rispettato i patti con un malvivente per truccare il suo incontro, è braccato da dei sicari. Queste tre storie si intrecciano e creano un’ unica storia ambientata nel underground malavitoso di Los Angeles.

RECENZIONE: Film vincitore all’Oscar per la sceneggiatura. Il film parte in quarta e subito si avverte che la sua potenza sono i dialoghi. Le conversazioni dei personaggi malavitosi sono di una straordinaria semplicità: killer che discutono sulle piccole differenze tra Europa e Usa, rapinatori che disquisiscono su che locali è meglio rapinare oppure i diversi punti di vista sui massaggi ai piedi. In alcuni punti questi testi hanno picchi di filosofia pura, tutto condito con crudezza e violenza. La storia ha uno sviluppo irregolare. Flashback e flashfoward sono di casa, dato che fanno parte dello stile di Tarantino. Lo spettatore deve fare un minimo sforzo mentale per ricomporre i pezzi, ma questa operazione non è complicata anzi è funzionale per capire gradualmente che tipo di rapporto hanno i personaggi tra loro. Lo stile registico è prettamente Tarantiniano: in questo film si consolidano i marchi stilistici del regista come la ripresa dal  bagagliaio oppure i dettagli feticisti dei piedi della protagonista. E’ presente anche il citazionismo tarantiniano ma non è così evidente come in “Bastardi senza gloria“. Il cast di questo film è formidabile! Travolta e Jackson sono una coppia di sicari ironicamente esplosiva e nelo stesso tempo violentemente spietati; Willis in un certo senso è ancora duro a morire; la Thurman è una cocainomane intrigante e sensuale e Roth un rapinatore maldestro un pò fifone. Questi sono gli ingredieti che fanno parte di Pulp Fiction un film che scardina tutti gli schemi classici del cinema in tutti i campi: dalla narrazione allo stile, dalla messa in scena ai personaggi. Un film mitico come la colonna sonora che Tarantino sceglie personalmente, come in tutti i suoi film.

CURIOSITA’ (in aggiornamento)

CONSIGLI: Da vedere.

IN UNA PAROLA: Spiazzante

GIUDIZIO: 9

GRAN TORINO

TITOLO ORIGINALE: Idem

NAZIONE: Usa

ANNO: 2009

REGISTA: Clint Eastwood

INTERPRETI PRINCIPALI: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Cory Hardrict, Christopher Carley, John Carroll Lynch, Geraldine Hughes, Dreama Walker, Brian Haley, Brian Howe, Nana Gbewonyo, Sarah Neubauer, Sonny Vue

GENERE: Drammatico

DURATA: 116 min (1h, 56min), Colore

SINOSSI: Walt Kowalski, veterano della Guerra di Corea, vive solo e abbandonato dai figli. Fa conoscenza, suo malgrado, con il figlio dei vicini, appartenenti ad una numerosa comunità Hmong (gruppo etnico asiatico).

RECESIONE: Clint Eastwood ha realizzato un film a dir poco fantastico. Il suo personaggio è un soldato anche nella vita a tal punto che affronta il tutto come fosse una battaglia militare. Il disprezzo con cui si relaziona con il resto degli abitanti del quartiere è dettato da un razzismo giustificato solo per proteggere il suo paese (prima) e la sua vita e la sua proprietà (poi). La sua misantropia e l’irriverenza a volte raggiungono picchi di amaro umorismo. Il burbero carattere del personaggio è comunque il risultato di come la società s’è sempre comportata con lui. Il film fa sicuramente riflettere toccando più tematiche: la solitudine della terza età, la periferia disagiata e le minoranze etniche.

CURIOSITA’: [Fonte: IMDb]

– Falsi petegolezzi affermavano che questo film fosse il capitolo finale della serie dell’ ispettore Callaghan

– Walt Kowalski, il nome del personaggio di Clint Eastwood, è il vero nome di un famoso wrestler Walter “Killer” Kowalski

– I scrittori Nick Schenk e Dave Johannson hanno conosciuto alcuni Hmong all’acciaieria dove lavoravano. Hanno scritto la sceneggiatura su pezzi di carta durante la pausa pranzo.

– Il figlio di Eastwood, Scott Eastwood interpreta Trey. Mentre il figlio maggiore, Kyle Eastwood ha scritto la colonna sonora.

– Il film è stato girato in 33 giorni. Ne avevano previsti 35.

CONSIGLI: Film pieno di valori, da vedere a cuore aperto.

IN UNA PAROLA: Bellissimo

GIUDIZIO: 8

Recensione: SCARFACE

Recensione del film capolavoro di Brian De Palma: Scarface. Dipinto fedele della vita di un narcotrafficante interpretato da Al Pacino.



TITOLO ORIGINALE: Scarface

NAZIONE: Usa

ANNO: 1983

REGISTA: Brian De Palma

INTERPRETI PRINCIPALI: Al Pacino, Steven Bauer, Michelle Pfeiffer, Mary Elizabeth Mastrantonio, Robert Loggia, F. Murray Abraham, Harris Yulin

GENERE: Drammatico, Gangster

DURATA: 169 min (2h49min), Colori

SINOSSI: Il cubano Antonio Montana, grazie all’esodo di Mariel, riesce ad emigrare negli Stati Uniti dove insegue il “suo” sogno americano lavorando come spacciatore di cocaina.

RECESIONE: Non è solo un remake del film di Hawks ma è un film epocale di Brian De Palma. La regia è da manuale e la mano di De Palma si vede (i suoi soliti lunghi piani sequenza, i diversi punti di vista e le immancabili carrellate). Tutti gli attori danno una grande prova recitativa (degna di nota la performance di Mary Elizabeth Mastrantonio) ma su tutti spicca il colossale Al Pacino. L’attore italo-americano ci regala un Tony Montana perfetto nel suo genere: un immigrato cubano, ignorante, gretto, violento, furbo negli affari, testardo e costante nella realizzazione del “suo” sogno americano ma comunque con saldi principi morali (come ad esempio: il valore della famiglia). Un personaggio complesso e sfaccettato ben costruito anche nei gusti esagerati (vestiti sgargianti, accessori d’oro e Cadillac con interni tigrati) e per questo aspetto Tony suscita ilarità e un pò di tenerezza. La scenografia in alcune scene è faraonica, accuratamente kitsch e ben usata in tutto il film. La musica di Giorgio Moroder, oltre a svilupparsi e a coincidere alle emozioni del protagonista, sottolinea ed evidenzia tutto lo spirito anni ottanta della riviera di Miami, spensierata e allegra (“She’s on fire“, “Rush, rush” eseguita dalla cantante dei Blondie) ma anche truce e reale (“Push it to the limit“) oppure dolce e drammatica (“Gina’s and Elvira’s Theme“). La parabola dell’eroe “maledetto” è ben sviluppata nella sceneggiatura di Oliver Stone dove tutte le tappe del percorso “da zero a star” sono rispettate, anche la parabola discendente del personaggio è costellata, prima da avvisaglie, poi da certezze che rendono shakespiriano il finale. Anche i dettagli dei vari traffici di droga sono accurati e quasi documentaristici (Stone ha dichiarato di avere frequentato dei veri spacciatori di coca per scrivere al meglio la sceneggiatura). Storico è l’epilogo della pellicola: violento e pulp.
Insomma tutta la pellicola, come tutto quello che la circonda, è veramente spinta al limite: il linguaggio, la violenza e la drammaticità. E’ un film eccessivo, emotivamente e scenicamente, e fa parte di quei film che si odiano o si amano.

CURIOSITA’: 10 cose che non sapevi su Scarface

CONSIGLI: Non maneggiare armi durante la visione del film. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

IN UNA PAROLA: Capolavoro.

GIUDIZIO 7 e mezzo

Recensione: ROCKY

Recensione del film Rocky film che dà inizio alla fortunata saga di Rocky Balboa interpretato da Sylvester Stallone.

TITOLO ORIGINALE: Rocky

NAZIONE: Usa

ANNO: 1976

REGISTA: John G. Avildsen

INTERPRETI PRINCIPALI: Sylvester Stallone, Carl Weathers, Burgess Meredith, Burt Young, Talia Shire

GENERE: Drammatico

DURATA: 119 min (1h59min), Colori

SINOSSI: Un pugile dilettante ha la possibilità di essere qualcuno combattendo contro il campione dei pesi massimi.

RECESIONE: Rocky Balboa è un pugile dilettante al quale però gli viene offerta un’opportunità per dare un senso alla sua miserabile vita. All’inizio la trama è un pò noiosa, soprattutto per la storia d’amore tra Rocky e Adriana ma questo si rileverà importante e necessaria all’evolversi della storia. Il film è ben girato e ben dosato. I tre tempi “virtuali” della pellicola (il primo l’introduzione con la presentazione dei personaggi; il secondo quello dell’allenamento e il terzo con l’incontro finale) danno forza e stabilità alla storia. Con il procedere dei minuti la noia ci abbandona e prevale la cusiosità di sapere come andrà a finire la storia. Silvester Stallone crea un personaggio sfaccetato: sicuro è potente nel combattere l’avversario sul ring, infantile e insicuro nell’affrontare la vita, facendo il finto duro. L’atteggiamento, il linguaggio e la fragilità psicologica del suo personaggio riescono ad emergere così bene nell’interpretazione di Stallone che lo spettatore non può non fare a meno di afffezionarsi a Rocky. Talya Shire è bravissima nell’interpretare la timida e ingenua Adriana che, nonostante sia un personaggio non protagonista, è sempre presente nel film perchè è lei che dà linfa vitale e forza (psicologica) a Rocky. Impressionante e toccante l’interpretazione di Paulie da parte di Burt Young. La sequenza dell’allenamento, resa momumentale grazie alla musica potente di Bill Conti, appassiona e dà carica. Il film è ben diretto nonostante alcuni errori, causati sicuramente dal basso budget. Insomma è un film che emoziona a più livelli e ha tutto: una storia d’amore poco ortodossa; una  storia di vita potente e educativa e una travolgente storia sportiva. “Rocky” continua e continuerà ad appassionare le generazioni future insegnando loro di non mollare mai anche quando la vita ti prende a pugni.

CURIOSITA’: (fonte IMDb)
– Il film è stato girato in 28 giorni.

– Uno dei manifesti per il film ritrae Rocky e Adrian mano nella mano. Anche se questa è stata una delle immagini più popolari associate al film, la scena, da cui è tratta la foto, è stato tagliata dalla pellicola.

– Il cognome di Adrian nella sceneggiatura originale era Klein.

– I guantoni utilizzati nell’incontro finale sono chiamati ”Casanovas”. Erano illegali negli Stati Uniti, ma Sylvester Stallone ha detto ai produttori che gli ha scelti ”a causa del loro aspetto elegante”.

– Rocky non è il vero nome del personaggio. Il suo vero nome è Robert Balboa – lo si vede in una sceneggiatura approssimativa del secondo film. Il soprannome è stato ispirato dal vero nome del pugile Rocky Marciano.

– Sylvester Stallone ha insistito che la scena in cui ammette le sue paure e dubbi per Adrian la notte prima della lotta fosse girata, anche se la produzione volevano saltarla. Stallone aveva una sola ripresa per la scena, nonostante la ritenesse la scena più importante nel film.

– Originariamente la produzione volevano diversi ex campioni dei pesi massimi a comparire all’inizio della lotta tra Rocky e Apollo. Hanno messo un appello per tutti gli ex campioni, ma il giorno delle riprese solo Joe Frazier venne. La cosa funzionò perché Frasier era un cittadino di Philadelphia dove il film è stato girato e ambientato.

– La scena del bacio tra Rocky e Adrian nella cucina di Rocky non è stata girata come indicato nella sceneggiatura. Talia Shire aveva contratto l’influenza ed era preoccupata di influenzare anche Sylvester Stallone, quindi era molto riluttante a baciarlo. La sua esitazione e il comportamento ha migliorato la scena originariamente scritta in sceneggiatura per questo è stata lasciata nel montaggio finale. In effetti, questa scena è diventata la scena preferita di Stallone di tutta la saga di Rocky, e sia lui che la Shire vedono questa scena come la rinascita per Adrian, dove si è risvegliata a nuova vita.

– Lo zoom finale della scena in cui Rocky corre su per le scale è effettuato all’indietro. Originariamente l’inquadratura esegue un zoom ad allargare, ma è stato invertito con uno zoom a stringere, al fine di far corrispondere al meglio la partitura musicale con l’effetto drammatico. Ciò è stato confermato da Bill Conti, che ha scritto la partitura.

– Le foto sullo specchio di Rocky sono le foto reali di Sylvester Stallone, da ragazzo.

– Le due scene in cui Rocky corre su per le scale del museo sono state girate a due ore di distanza. La prima scena venne fatta prima che sorgesse il sole, la secondo dopo.

– Sylvester Stallone, durante la scena nella cella frigorifera, picchiò la carne così forte e così a lungo che s’è appiattito le nocche. Da quel giorno Stallone ha le nocche completamente livellate.

– Il regista John G. Avildsen e il direttore della fotografia James Crabe fanno un cameo e interpretano rispettivamente il cameraman e il suo assistente nella scena in cui Rocky viene intervistato al macello.
– Durante la scena in cui Gazzo (Joe Spinell) sta parlando a Rocky, Gazzo tira fuori un inalatore a metà frase e lo utilizza. Questo non era presente nella sceneggiatura, Spinell effettivamente ha avuto un attacco d’asma e realmente ha dovuto usare il suo mentre girava. Al regista John G. Avildsen è piaciuta l’autenticità della scena, così ha deciso di lasciarla nel film.

– Durante la lotta finale si sono avuto dei problemi per riempire l’arena con delle comparse essendo un film a basso budget e non era ancora noto a nessuno. Immagini di repertorio vennero utilizzate per risolvere il problema, ma alcuni posti vuoti sono ancora visibili in alcune riprese.

– Sylvester Stallone smise di fumare sigarette per fare questo film perché era a corto di fiato.

– Il film è il debutto cinematografico di Michael Dorn (noto con il personaggio di Worf nelle serie televisive di Stark trek, nel film interpreta una guardia del corpo di Apollo).

– Il personaggio di Talia Shire è stata chiamata successivamente Pennino, come il nonno della Shire: Francesco Pennino.

– Sylvester Stallone aveva inizialmente voluto Harvey Keitel per il ruolo di Paulie.

– Durante la stesura della sceneggiatura, Joe Spinell aveva insistito che il suo personaggio fosse chiamato Gazzo; nome di un lontano zio di Spinell: Tony Gazzo.

– Il spesa più cara nel film è stato il make-up.

– Nell’interpretare Paulie, Burt Young decise di mostrarlo leggermente artritico, quindi prima di ogni ciak, si metteva la trementina sulle mani.

– Il ruolo di Mickey è stato inizialmente proposto a Lee Strasberg (che fu mentore di Burt Young), ma la produzione non poteva permetterselo.

– Quando ha accettato di fare il film, il regista John G. Avildsen non aveva mai visto un match di boxe e non aveva mai visto un film di boxe.

– Secondo Burt Young, durante le riprese della scena in cui Paulie torna a casa sbronzo, un vero ubriaco vagava sul set e ha detto a Young che come ubriaco non era convincente, così Young chiese all’uomo di mostrargli come fare. Young poi copiò l’uomo per girare la scena.

– E’ il primo film sportivo a vincere l’Oscar per il miglior film.

– Nel film fanno la loro comparsa alcuni membri della famiglia di Stallone: il padre Frank suona la campana nell’incontro contro Apollo; il fratello Frank Jr. è la voce solista della combriccola di ragazzi che canta nelle vie di Philadelphia (la scena è all’inizio del film) e il cane nel negozio di animali è il vero cane di Stallone, Butkus, che nell’edizione italiana viene chiamato “Birillo”.

CONSIGLI: Si consiglia la visione del film quando s’è veramente rilassati, causa eccessivo accumolo d’energia positiva.

IN UNA PAROLA: Appassionante

GIUDIZIO 8

Recensione: ALPHA DOG



Recensione del film Alpha Dog, un buon cast per un buon film. Sorprendente Justin Timberlake 


TITOLO ORIGINALE: Alpha Dog

NAZIONE: Usa

ANNO: 2005

REGISTA: Nick Cassavetes

INTERPRETI PRINCIPALI: Bruce Willis, Emile Hirsch, Justin Timberlake, Anton Yelchin, Shawn Hatosy, Sharon Stone, Harry Dean Stanton, Ben Foster

GENERE: Drammatico

DURATA: 122 min (2h02min), Colore

SINOSSI: Johnny e Jake sono due amici che, per un affare di droga andato male, litigano e si dichiarano guerra. Johnny rapisce Zack (il fratello di Jake) e lo usa come ostaggio per riscattare i soldi che l’amico gli deve. Il film è basato su una storia vera.

RECENSIONE: Il cast di questa pellicola è di tutto rispetto. Oltre a Bruce Willis e Sharon Stone i crediti annunciano anche Justin Timberlake e questo puo’ far storcere il naso. La storia, a tratti tetra e a sprazzi spensierata, rimane confinata in un vortice di droga e adolescenza maledetta. All’inizio il tema del film può sembrare banale nonostante la partenza sia abbastanza adrenalinica. Successivamente la trama prende forma e diventa più intrigante ma, una volta che lo spettatore inizia a capire l’evolversi di tutta la storia, ecco che il ritmo rallenta e diventa monotono e la lunghezza della pellicola sembra allungarsi inesorabilmente. Ciò nonostante il film è molto ben fatto e ben recitato. Willis e la Stone recitano personaggi secondari ma molto ben curati ed integrati nella storia, peccato solo per la palese finta ciccia che la Stone indossa verso la fine del film, ridicolizzando un pò la sua bellissima e toccante interpretazione di madre addolorata. Stupisce, invece, l’interpretazione di Timberlake. Il suo personaggio è ben costruito e la sua evoluzione drammatica è notevole, soprattutto nelle battute finali. Altro interprete che s’è contraddistinto per bravura è Ben Foster che interpreta Jake Mazursky: il suo personaggio, sempre sotto effetto di droga, è sbalorditivo, efficace e credibile. Degna di nota la scena della rissa durante una festa, mentre Jake cerca suo fratello. Il taglio che Cassavetes ha dato al film è ibrido perchè a tratti è documentaristico e in altri punti sembra un graphic novel (in alcune scene c’è un uso coerente, forse un pò eccessivo, di split screen). Scelta che si rivela comunque azzeccata, visto che conferisce al film un pò di movimento. Tutto sommato è un film emozionante con un finale coinvolgente che, putroppo, sopperisce e perde di tonicità a causa della lentezza del film, dovuta a scene eccessivamente didascaliche che si potevano affrontare diversamente o, addirittura, omettere.

CURIOSITA’:  (Fonte IMDb)
-In una scena dove Sharon Stone e Ben Foster litigano, Cassavetes richiese che la Stone desse un vero pugno al naso di Foster affinché la scena sembrasse più realistica. Alla fine, la scena venne tagliata.

-Altro caso di “regia estrema” è ritroviamo quello di Ben Foster, che rischiò di perdere la vista a causa della somministrazione (durante molte delle riprese) di collirio anti-glaucoma allo scopo di dilatare le sue pupille, che dovevano mostrare quanto fosse dipendente dalla droga. Per questo, avrebbe parlato con Cassavetes, durante le riprese, ad occhi chiusi.

CONSIGLI: Portate un pò di pazieza e arrivate alla fine del film, non ve ne pentirete.

IN UNA PAROLA: Spiazzante.

GIUDIZIO 6 e mezzo

Recensione: IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON




Recensione del film Il curioso caso di Benjamin Button. Fincher non stupisce ma fa emozionare molto.

TITOLO ORIGINALE: The Curious Case of Benjamin Button

NAZIONE: Usa

ANNO: 2008

REGISTA: David Fincher

INTERPRETI PRINCIPALI: Brad Pitt, Cate Blanchet, Taraji P. Henson, Jiulia Ormond, Jason Flemyng, Elias Koteas, Tilda Switon, Mahershalalhashbaz Ali

GENERE: Drammatico, Sentimentale

DURATA: 159 min (2h39min), Colore

SINOSSI: La fantastica storia di Benjamin Button, un uomo nato ottantenne che ringiovanisce mentre il tempo passa.

RECESIONE: Trasposizione cinematografica del racconto di Francis Scott Fitzgerarld questo film è stato nominato a ben 14 oscar, ma ne vinse solo tre, tutti tecnici (miglior scenografia, miglior trucco, migliori effetti speciali). Oscar tutti meritati. “Il curioso caso di Bemjamin Button” è un film molto ben realizzato. La New Orleans di inizio secolo è magistralmente rappresentata in tutti gli aspetti: archittettonico, culturale, sociale. Gli effetti speciali sono impressionanti soprattutto sul volto di Brad Pitt, trasfigurato dalla vecchiaia. Ci porta agli anni 20-30 anche la musica di Alexandre Desplat, molto forte nel creare l’atmosfera (esempio la scena del bordello), incisiva a sprazzi nel sostenere il pathos della storia. La pellicola risulta molto interessante all’inizio ma col proseguire dei minuti l’interesse scema, cosa che non giova al bel finale. Scema anche l’interpretazione di Brad Pitt. Un interprete come lui, che ha reso grandi pellicole come “L’esercito delle dodici scimmie”, qui entusiasma all’inizio, coperto dal trucco digitale, ma delude sul finale. Infatti il personaggio insieme al ringiovanimento ha un progressivo appiattimento. Forse è stata una scelta voluta che però non tutti possono apprezzare. Discorso a parte va fatto per la divina Cate Blanchet. Il suo personaggio è magistralmente interpretato, con le evidenti differenze tra la giovane Daisy (irriverente, ribelle, ambiziosa) e la vecchia Daisy (affettuosa e amorevole). Insomma la Blanchet non delude nemmeno stavolta, emotiva, versatile ed emozionante. Una menzione speciale va a Tilda Switon molto brava nell’iterpretare la burbera e aristocratica Elizabeth Abbott.
La pellicola però ha dei difetti: in primo luogo, questo sicuramente per quanto riguarda l’edizione italiana, i primi minuti in cui Daisy introduce la storia il doppiaggio è incomprensibile. Capisco che Daisy è morente in un letto d’ospedale ma lo spettatore deve capire quello che comunica il personaggio, in questo caso la rappresentazione della realtà troppo vicina al vero non paga (si consiglia vivamente di attivare i sottotitoli nei primi minuti del film). In secondo luogo la pellicola è un pò troppo prolissa, col risultato che, arrivati nel bel mezzo della seconda metà della proiezione, lo spettatore può annoiarsi, anche perchè ciò che viene raccontato poteva essere rappresentato in maniera più avvincente.
Nonostante tutto il film non è da buttare infatti riesce a raggiugere picchi di magistrale poesia (come la scena del ballo in controluce di Daisy), momenti di grande cinema (come il monologo sulle coincidenze) e scene d’azione e d’avventura emozionanti (come la lotta in mezzo al mare del battello Chelsea). Fincher riesce a dirigere con mestiere una storia di vita e d’amore, nonostante le difficoltà narrative che questo soggetto comporta, senza però annoiare lo spettatore con scene melense e banalmente drammatiche. Non è solo un film sull’amore, ma è anche un film che celebra la vita e medita sulla morte. Non è solo un film che racconta la vita di un personaggio fantastico, ma è un saggio sulla vita; è un mezzo che ci aiuta a riflettere sul senso, sul valore e sui doni che la vita stessa ci offre; è un film che fa riflettere anche su come siano importanti le persone che ogni giorno incontriamo e fanno parte del nostro essere. Per tutti questi motivi è un film da considerare riuscito e vale la pena d’essere visto.

CURIOSITA’: Clicca qui per vedere un gustoso dietro le quinte sugli effetti speciali del film.

CONSIGLI: Da vedere con calma bevendo del buon thè caldo. Staccate il telefono e immergetevi nel film.

IN UNA PAROLA: Emozionante

GIUDIZIO 7 +

Recensione: FUOCO ASSASSINO

Recensione del film Fuoco Assassino. Deludente prestazione del regista Ron Howard che mette insieme un buon cast per un film che non rimane impresso nella memoria.


TITOLO ORIGINALE: Backdraft

PAESE: Usa

ANNO: 1991

REGISTA: Ron Howard

INTERPRETI PRINCIPALI: Kurt Russell, William Baldwin, Scott Glenn, Jennifer Jason Leigh, Rebecca De Mornay, Donald Sutherland, Robert De Niro

GENERE:Drammatico, Thriller

DURATA: 132 min (2h12min), Colore

SINOSSI: Due fratelli entrambi pompieri, dopo avere lavorato fianco a fianco per un breve periodo si dividono, a causa di loro vecchie divergenze. Mentre il più grande dei due continua la sua vita cercando di salvare vite umane tra le fiamme, il più giovane lavora per un perito del comune che indaga su degli strani incendi dolosi.

RECESIONE: Film dal cast di tutto rispetto nominato per tre premi oscar. Il film è tecnicamente ben realizzato, gli attori sono convincenti in parte, il tono del film si alza quando in scena appaiono i personaggi interpretati da Robert De Niro e Donald Sutherland, chiavi di volta per la trama, ma purtroppo interpretano piccole parti. All’inizio sembra la storia del conflitto tra due fratelli pompieri ma con un “dribbling” di sceneggiatura si trasforma in un giallo poco avvincente e di mediocre impatto sullo spettatore. Discutibile anche la scelta di Howard nel far interpretare a Kurt Russel il ruolo di Dennis McCaffrey (il padre) e di Stephen ‘Bull’ McCaffrey, il figlio di Dennis cresciuto. Lo spettatore nel vedere Russel morire interpretando il padre e resuscitare nei panni del figlio prova confusione, ma il tutto viene chiarito dopo pochi secondi suscitando ironia. Ironia che non si placa quando subito dopo un incedio vediamo i pompieri fumarsi avidamente una sigaretta. Ma la pellicola non è del tutto da buttare via. Un protagonista non accreditato che ha svolto il suo lavoro sapientemente è il fuoco, infatti sembra respirare, vivere, urlare e odiare, insomma, un vero e proprio personaggio con un carattere. Una prova attoriale, quella del fuoco, che fa sbiadire l’inespressivo protagonista William Baldwin. La musica di Hans Zimmer, poco incisiva all’inizio del film, riempie e descrive con molta passione il finale, elevandolo di spessore solo come Zimmer sa fare.
Ron Howard non ci fa particolarmente emozionare ma ci dona scene adrenaliniche e piene d’azione con il vero protagonista della pellicola: il fuoco.

CURIOSITA’: (Fonte: Wikipedia)
– E’ stato realizzata un’attrazione nel parco a tema degli Universal Studio fino al 2009, sarà rimpiazzata nel 2011 da un’altra attrazione avente come tema i Transformers.

CONSIGLI: Per una serata poco impegnativa.

IN UNA PAROLA: Insipido.

GIUDIZIO 5 e 1/2

Recensione: IL PADRINO

Recensione del capolavoro di Francis Ford Coppola: Il Padrino. L’inizio della saga che parla della mafia negli Usa.

TITOLO ORIGINALE: The godfather

NAZIONE: Usa

ANNO: 1972

REGISTA: Francis Ford Coppola

INTERPRETI PRINCIPALI: Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall, Diane Keaton, Talia Shire

GENERE: Drammatico

DURATA: 175 min (2h55min), Colore

SINOSSI: Don Vito è il capostipite della famiglia Corleone la quale, grazie al racket, diviene una delle più importanti organizzazioni criminali di New York. Il mancato finanziamento e appoggio da parte di Don Vito nel traffico di droga de “il Turco” (affiliato alla famiglia Tartaglia) scatena una serie di omicidi e attentati che sfociano in breve in una guerra tra famiglie mafiose.

RECESIONE: Primo capitolo di una delle trilogie più famosa della storia del cinema. Il successo di questa pellicola non è dovuto solo alla storia intrecciata e avvincente ma sopratutto dalla straordinaria rosa di attori che si avvicendano. Al Pacino, all’epoca attore semisconosciuto, diviene una star grazie alla sua interpretazione. Marlon Brando, invece, si consacra una delle stelle più luminose nel firmamento di Hollywood, che per il ruolo di Don Vito ottienere per la seconda volta l’Oscar come migliore attore protagonista. Il film ha come tema principale “la famiglia” intesa sia come organizzazione criminale (il rispetto, la fedeltà, l’onore) sia come legame di parentela. I rapporti tra i cinque fratelli Corleone sono ben sviluppati ed interpretati: James Caan è l’istitivo e violento Santino (Sonny) che farebbe di tutto per proteggere la famiglia; John Cazale è l’ingenuo Alfredo (Fredo) il quale cerca di farsi largo all’interno della organizzazione con scarsi risultati; Talia Shire è l’unica figlia Costanzia (Connie); Robert Duvall nei panni dell’avvocato Tom Hagen (figlio adottivo di origini non italiane) ormai così integrato nella famiglia che, oltre a ricoprire il ruolo di consigliere del Padrino, viene considerato dagli altri figli di Don Vito un fratello carnale; Al Pacino è Michele (Michael), il più giovane, decorato di guerra, che si trova suo malgrado invischiato negli affari della famiglia. La regia magistrale di Coppola segue tutta la vicenda con passione. L’uso della macchina da presa è dosato sapientemente mantenendo un certo distacco dai personaggi senza però (s)cadere nell’oggettività documentaristica. La fotografia è curata in modo tale che divide la vita dei protagonisti. I caldi chiaro scuri delle occulte attività criminali si contrappongono con le colorate e luminose azioni di vita quotidiana (da notare che riusciamo a vedere la totalità del volto del padrino solo dopo che esce dal suo studio dove organizza i suoi loschi affari). L’amore per la famiglia non solo traspare nelle azioni dei personaggi ma è anche il sentimento che spinge Coppola a strizzare l’occhio alle sue origini italiane mettendo in scena coloriti siparietti senza cadere nel grottesco. Queste note di folclore italiano purtroppo sono basate sugli stereotipi degli emigrati italiani in America, si noti la spensieratezza durante l’affollatissimo banchetto nuziale di Connie quando tutti ebbri cantano e ballano una tarantella oppure quando Clemenza svela i trucchi per fare il sugo all’italiana da manuale (durante la guerra tra le famiglie). Questi episodi smorzano comunque la tensione e la drammaticità che permea per quasi tutto il film. Storica ormai è la colonna sonora di Nino Rota che, con sonorità del mezzogiorno italico, descrive al meglio non solo il protagonista ma tutto il film. La melodia del tema principale è sorniona, solenne e incisiva quel tanto che basta da rimanere, indelebilmente, nella memoria del pubblico. Uno dei film più riusciti di quel periodo che viene chiamato “New Hollywood“, dove i film di Coppola e Scorsese dominavano su tutti. Un film questo che ormai è entrato nell’immaginario collettivo, martoriato dalla critica dell’epoca, oggi invece celebrato come un classico.

CURIOSITA’ : (Fonte: Wikipedia)
– La Paramount Pictures considerò dapprima di fornire la parte di Vito Corleone a Ernest Borgnine, Edward G. Robinson, Orson Welles o George C. Scott. Anche Burt Lancaster voleva la parte ma non fu mai considerato.
– Al provino per la parte, Marlon Brando decise di voler dare al suo personaggio un aspetto da bulldog, recitando con del cotone in bocca per appesantire le guance. Durante le riprese, il cotone fu sostituito da un particolare apparato costruito appositamente da un dentista, e oggi conservato in un museo dedicato al cinema di New York.
– Brando rifiutò il suo premio Oscar e non si presentò alla cerimonia di premiazione, in disaccordo sui maltrattamenti degli indiani nativi d’America da parte degli Stati Uniti e di Hollywood. Al suo posto inviò alla premiazione una finta squaw chiamata Sacheen Littlefeather per leggere il suo discorso di protesta. Più tardi si scoprì la vera identità della ragazza, Maria Cruz, un’attrice semi-sconosciuta.
– Fu Francis Ford Coppola a volere fortemente Al Pacino nella parte di Michael Corleone. Il regista dovette vincere le forti resistenze della produzione che offrì la parte a Jack Nicholson, Dustin Hoffman e Robert Redford. Francis Ford Coppola sosteneva che questi ultimi non avessero la fisionomia del viso riconducibile ai siciliani. Persino James Caan fu provinato per il ruolo di Michael.
– Robert De Niro fece un convincente provino per la parte di Sonny. Tuttavia Francis Ford Coppola gli preferì James Caan, la cui candidatura era sostenuta apertamente da Brando.
– Marlon Brando amava molto fare scherzi sulle scene. Altre vittime furono i due sventurati che in una scena del film, al suo ritorno a casa dall’ospedale, lo portavano su una barella in camera sua: Brando fece mettere assieme a lui sotto la coperta una serie di pesi, di modo che il tutto (barella, Brando e pesi) arrivò a pesare quasi trecento chili.
– Lo scrittore Mario Puzo e il regista Francis Ford Coppola hanno intenzionalmente evitato di utilizzare il termine Mafia all’interno dei loro lavori.
– Nella pellicola ci sono circa 61 scene in cui si vedono gli attori mangiare o bere.
– Nella pellicola ci sono tre personaggi appartenenti alla famiglia di Francis Ford Coppola.
– Talia Shire, sorella del regista, nella parte di Connie; Carmine Coppola (padre di Francis) al pianoforte nella scena d’intermezzo della pellicola e una neonata Sofia Coppola nella parte di Michael Francis Rizzi, il bambino battezzato durante lo sterminio dei capi delle cinque famiglie-
– La parte di Apollonia, originariamente offerta a Stefania Sandrelli (che però non si mostrò interessata), è stata interpretata da una giovanissima Simonetta Stefanelli, che all’epoca delle riprese non aveva ancora compiuto i 18 anni di età.
– Il film fu girato in 62 giorni.
– Le scene ambientate a Corleone, in verità furono girate in provincia di Catania, a Fiumefreddo di Sicilia, nella fattispecie al Castello degli Schiavi. Altre scene furono girate a Forza d’Agrò, a Savoca e a Motta Camastra in provincia di Messina.
– Robert Duvall spesso divertiva gli altri attori con delle improvvisazioni non programmate, ad esempio quando muore Sonny Corleone e riferisce a Don Vito la morte del figlio.
– Durante la scena in cui Tom Hagen riferisce a Don Vito la morte del figlio Sonny, si nota visibilmente un microfono che esce dalla scrivania.

CONSIGLI : Film da vedere gustando degli ottimi cannoli siciliani e del buon passito.

IN UNA PAROLA: Intramontabile.


GIUDIZIO: 8

Recensione: I SETTE SAMURAI

Recensione del grande film di Akira Kurusawa, che è stato di ispirazione anche per Hollywood…



TITOLO ORIGINALE: Shichinin no Samurai – 七人の侍

NAZIONE: Giappone

ANNO: 1954

REGISTA: Akira Kurosawa

INTERPRETI PRINCIPALI: Takashi Shimura, Yoshio Inaba, Daisuke Katō, Minoru Chiaki, Isao Kimura, Seiji Miyaguchi, Toshirō Mifune

GENERE: Drammatico, Avventura

DURATA: 200 min (3h20min), B/N

SINOSSI: Degli umili e ignoranti contadini, abitanti di un villaggio, per prevenire un attacco da parte dei briganti decidono di assoldare dei Samurai (pagandoli solo con vitto e alloggio) per proteggere le loro abitazioni ed il loro raccolto.

RECESIONE: Akira Kurosawa dirige un film che, a giudicare dalla trama, potrebbe risultare poco incisivo o addirittura banale. In realtà è un film completo, strutturato e ben misurato. Per semplicità qui è stato classificato come un film drammatico ma in realtà racchiude più generi: la pellicola è a tratti comica, verso la fine prevale l’azione e la drammaticità, è ambientata in un contesto storico preciso nella quale trova spazio anche una storia d’amore (ben dosata e per niente melensa). Kurosawa ha usato espedienti tecnici che aumentano la drammaticità in momenti salienti (si noti l’uso del rallentatore) questo ne fa una pellicola all’avanguardia rispetto alle produzioni coeve. La fotografia (in bianco e nero) è gestita benissimo soprattuto nelle scene soleggiate. La macchina da presa gioca con i personaggi, entra ed esce dalle stanze, a volte sbircia gli avvenimenti come farebbe un bimbo mentre ascolta discorsi da grandi. Le inquadrature sono ben studiate e ben composte anche per dare un buona profondità di campo alla scena che a causa del bianco e nero sarebbe piatta, questo inconveniente, comunque, è gestito benissimo dal reparto della fotografia (coadiuvato dalla mirabile regia). I primi piani non sono mai banali e descrivono con precisione i personaggi. Gli attori sono tutti formidabili soprattutto per l’utilizzo dell’espressioni facciali. A seconda dell’evento il loro viso si trasfigura in espressioni che noi occidentali siamo abituati a vedere nei cartoni animati di produzione giapponese, ma che in realtà pescano a piene mani dalla tradizione del teatro No e Kabuki. I visi diventano maschere innoridite, spaventate e impaurite. Occhi e bocche vengono spalancati a preannunciare pericolo e paura. Dei sette samurai purtroppo non tutti rimangono impressi, seppur tutti bene rappresentati. Tuttavia i samurai memorabili sono: Kambei Shimada (il capo coordinatore dei sette), Katsushirō Okamoto (pupillo di Kambei nonchè protagonista di una storia d’amore con una contadina), Shichirōji (vecchia conoscenza di Kambei) e Kyūzō (forse il più valorso del gruppo, ammirato da Katsushirō). Un nota a parte merita Kikuchiyo interpretato da Toshirō Mifune. Un personaggio fantastico interpretato in un modo sublime. Kikuchiyo è l’anima meno nobile e poetica dei sette samurai lo si vede dai movimenti scimmieschi, dalle urla di gioia e dai salti d’eccitazione scomposti e sgraziati. Nonostante il suo comportamente grezzo, risulta simpatico e sincero e riesce a conquistare gli altri sei samurai che lo prendono con sè. Sostanzialmente è il verò protagonista ma non offusca mai completamente gli altri eroi della storia. Kikuchiyo non è solo il giullare di tutta la storia, i fantasmi del suo passato rendono questo personaggio molto sfaccettato (si noti la scena in cui si sfoga con i samurai sulla loro casta).E’un film che va oltre al mero intrattenimento infatti condatta la modernità a favore della tradizione e che esalta i valori del rispetto, dell’onore e della fraternità fra gli uomini aiutando chi ne ha più bisogno senza chiedere nulla in cambio. Questo film pieno di azione, di poesia e di momenti commoventi è un vero proprio manifesto della vita dell’eroe moderno: il sacrificio di pochi per la felicità e il benessere di molti.

CURIOSITA’: (Fonte: Wikipedia)
– Il film fu trasformato in un western da Hollywood nel 1960, I magnifici sette, remake per la regia di John Sturges.

CONSIGLI: Da vedere al buio in mistico silenzio.

IN UNA PAROLA: Eterno

GIUDIZIO 9 e 1/2