Recensione: IL PADRINO

Recensione del capolavoro di Francis Ford Coppola: Il Padrino. L’inizio della saga che parla della mafia negli Usa.

TITOLO ORIGINALE: The godfather

NAZIONE: Usa

ANNO: 1972

REGISTA: Francis Ford Coppola

INTERPRETI PRINCIPALI: Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall, Diane Keaton, Talia Shire

GENERE: Drammatico

DURATA: 175 min (2h55min), Colore

SINOSSI: Don Vito è il capostipite della famiglia Corleone la quale, grazie al racket, diviene una delle più importanti organizzazioni criminali di New York. Il mancato finanziamento e appoggio da parte di Don Vito nel traffico di droga de “il Turco” (affiliato alla famiglia Tartaglia) scatena una serie di omicidi e attentati che sfociano in breve in una guerra tra famiglie mafiose.

RECESIONE: Primo capitolo di una delle trilogie più famosa della storia del cinema. Il successo di questa pellicola non è dovuto solo alla storia intrecciata e avvincente ma sopratutto dalla straordinaria rosa di attori che si avvicendano. Al Pacino, all’epoca attore semisconosciuto, diviene una star grazie alla sua interpretazione. Marlon Brando, invece, si consacra una delle stelle più luminose nel firmamento di Hollywood, che per il ruolo di Don Vito ottienere per la seconda volta l’Oscar come migliore attore protagonista. Il film ha come tema principale “la famiglia” intesa sia come organizzazione criminale (il rispetto, la fedeltà, l’onore) sia come legame di parentela. I rapporti tra i cinque fratelli Corleone sono ben sviluppati ed interpretati: James Caan è l’istitivo e violento Santino (Sonny) che farebbe di tutto per proteggere la famiglia; John Cazale è l’ingenuo Alfredo (Fredo) il quale cerca di farsi largo all’interno della organizzazione con scarsi risultati; Talia Shire è l’unica figlia Costanzia (Connie); Robert Duvall nei panni dell’avvocato Tom Hagen (figlio adottivo di origini non italiane) ormai così integrato nella famiglia che, oltre a ricoprire il ruolo di consigliere del Padrino, viene considerato dagli altri figli di Don Vito un fratello carnale; Al Pacino è Michele (Michael), il più giovane, decorato di guerra, che si trova suo malgrado invischiato negli affari della famiglia. La regia magistrale di Coppola segue tutta la vicenda con passione. L’uso della macchina da presa è dosato sapientemente mantenendo un certo distacco dai personaggi senza però (s)cadere nell’oggettività documentaristica. La fotografia è curata in modo tale che divide la vita dei protagonisti. I caldi chiaro scuri delle occulte attività criminali si contrappongono con le colorate e luminose azioni di vita quotidiana (da notare che riusciamo a vedere la totalità del volto del padrino solo dopo che esce dal suo studio dove organizza i suoi loschi affari). L’amore per la famiglia non solo traspare nelle azioni dei personaggi ma è anche il sentimento che spinge Coppola a strizzare l’occhio alle sue origini italiane mettendo in scena coloriti siparietti senza cadere nel grottesco. Queste note di folclore italiano purtroppo sono basate sugli stereotipi degli emigrati italiani in America, si noti la spensieratezza durante l’affollatissimo banchetto nuziale di Connie quando tutti ebbri cantano e ballano una tarantella oppure quando Clemenza svela i trucchi per fare il sugo all’italiana da manuale (durante la guerra tra le famiglie). Questi episodi smorzano comunque la tensione e la drammaticità che permea per quasi tutto il film. Storica ormai è la colonna sonora di Nino Rota che, con sonorità del mezzogiorno italico, descrive al meglio non solo il protagonista ma tutto il film. La melodia del tema principale è sorniona, solenne e incisiva quel tanto che basta da rimanere, indelebilmente, nella memoria del pubblico. Uno dei film più riusciti di quel periodo che viene chiamato “New Hollywood“, dove i film di Coppola e Scorsese dominavano su tutti. Un film questo che ormai è entrato nell’immaginario collettivo, martoriato dalla critica dell’epoca, oggi invece celebrato come un classico.

CURIOSITA’ : (Fonte: Wikipedia)
– La Paramount Pictures considerò dapprima di fornire la parte di Vito Corleone a Ernest Borgnine, Edward G. Robinson, Orson Welles o George C. Scott. Anche Burt Lancaster voleva la parte ma non fu mai considerato.
– Al provino per la parte, Marlon Brando decise di voler dare al suo personaggio un aspetto da bulldog, recitando con del cotone in bocca per appesantire le guance. Durante le riprese, il cotone fu sostituito da un particolare apparato costruito appositamente da un dentista, e oggi conservato in un museo dedicato al cinema di New York.
– Brando rifiutò il suo premio Oscar e non si presentò alla cerimonia di premiazione, in disaccordo sui maltrattamenti degli indiani nativi d’America da parte degli Stati Uniti e di Hollywood. Al suo posto inviò alla premiazione una finta squaw chiamata Sacheen Littlefeather per leggere il suo discorso di protesta. Più tardi si scoprì la vera identità della ragazza, Maria Cruz, un’attrice semi-sconosciuta.
– Fu Francis Ford Coppola a volere fortemente Al Pacino nella parte di Michael Corleone. Il regista dovette vincere le forti resistenze della produzione che offrì la parte a Jack Nicholson, Dustin Hoffman e Robert Redford. Francis Ford Coppola sosteneva che questi ultimi non avessero la fisionomia del viso riconducibile ai siciliani. Persino James Caan fu provinato per il ruolo di Michael.
– Robert De Niro fece un convincente provino per la parte di Sonny. Tuttavia Francis Ford Coppola gli preferì James Caan, la cui candidatura era sostenuta apertamente da Brando.
– Marlon Brando amava molto fare scherzi sulle scene. Altre vittime furono i due sventurati che in una scena del film, al suo ritorno a casa dall’ospedale, lo portavano su una barella in camera sua: Brando fece mettere assieme a lui sotto la coperta una serie di pesi, di modo che il tutto (barella, Brando e pesi) arrivò a pesare quasi trecento chili.
– Lo scrittore Mario Puzo e il regista Francis Ford Coppola hanno intenzionalmente evitato di utilizzare il termine Mafia all’interno dei loro lavori.
– Nella pellicola ci sono circa 61 scene in cui si vedono gli attori mangiare o bere.
– Nella pellicola ci sono tre personaggi appartenenti alla famiglia di Francis Ford Coppola.
– Talia Shire, sorella del regista, nella parte di Connie; Carmine Coppola (padre di Francis) al pianoforte nella scena d’intermezzo della pellicola e una neonata Sofia Coppola nella parte di Michael Francis Rizzi, il bambino battezzato durante lo sterminio dei capi delle cinque famiglie-
– La parte di Apollonia, originariamente offerta a Stefania Sandrelli (che però non si mostrò interessata), è stata interpretata da una giovanissima Simonetta Stefanelli, che all’epoca delle riprese non aveva ancora compiuto i 18 anni di età.
– Il film fu girato in 62 giorni.
– Le scene ambientate a Corleone, in verità furono girate in provincia di Catania, a Fiumefreddo di Sicilia, nella fattispecie al Castello degli Schiavi. Altre scene furono girate a Forza d’Agrò, a Savoca e a Motta Camastra in provincia di Messina.
– Robert Duvall spesso divertiva gli altri attori con delle improvvisazioni non programmate, ad esempio quando muore Sonny Corleone e riferisce a Don Vito la morte del figlio.
– Durante la scena in cui Tom Hagen riferisce a Don Vito la morte del figlio Sonny, si nota visibilmente un microfono che esce dalla scrivania.

CONSIGLI : Film da vedere gustando degli ottimi cannoli siciliani e del buon passito.

IN UNA PAROLA: Intramontabile.


GIUDIZIO: 8

Recensione: I SETTE SAMURAI

Recensione del grande film di Akira Kurusawa, che è stato di ispirazione anche per Hollywood…



TITOLO ORIGINALE: Shichinin no Samurai – 七人の侍

NAZIONE: Giappone

ANNO: 1954

REGISTA: Akira Kurosawa

INTERPRETI PRINCIPALI: Takashi Shimura, Yoshio Inaba, Daisuke Katō, Minoru Chiaki, Isao Kimura, Seiji Miyaguchi, Toshirō Mifune

GENERE: Drammatico, Avventura

DURATA: 200 min (3h20min), B/N

SINOSSI: Degli umili e ignoranti contadini, abitanti di un villaggio, per prevenire un attacco da parte dei briganti decidono di assoldare dei Samurai (pagandoli solo con vitto e alloggio) per proteggere le loro abitazioni ed il loro raccolto.

RECESIONE: Akira Kurosawa dirige un film che, a giudicare dalla trama, potrebbe risultare poco incisivo o addirittura banale. In realtà è un film completo, strutturato e ben misurato. Per semplicità qui è stato classificato come un film drammatico ma in realtà racchiude più generi: la pellicola è a tratti comica, verso la fine prevale l’azione e la drammaticità, è ambientata in un contesto storico preciso nella quale trova spazio anche una storia d’amore (ben dosata e per niente melensa). Kurosawa ha usato espedienti tecnici che aumentano la drammaticità in momenti salienti (si noti l’uso del rallentatore) questo ne fa una pellicola all’avanguardia rispetto alle produzioni coeve. La fotografia (in bianco e nero) è gestita benissimo soprattuto nelle scene soleggiate. La macchina da presa gioca con i personaggi, entra ed esce dalle stanze, a volte sbircia gli avvenimenti come farebbe un bimbo mentre ascolta discorsi da grandi. Le inquadrature sono ben studiate e ben composte anche per dare un buona profondità di campo alla scena che a causa del bianco e nero sarebbe piatta, questo inconveniente, comunque, è gestito benissimo dal reparto della fotografia (coadiuvato dalla mirabile regia). I primi piani non sono mai banali e descrivono con precisione i personaggi. Gli attori sono tutti formidabili soprattutto per l’utilizzo dell’espressioni facciali. A seconda dell’evento il loro viso si trasfigura in espressioni che noi occidentali siamo abituati a vedere nei cartoni animati di produzione giapponese, ma che in realtà pescano a piene mani dalla tradizione del teatro No e Kabuki. I visi diventano maschere innoridite, spaventate e impaurite. Occhi e bocche vengono spalancati a preannunciare pericolo e paura. Dei sette samurai purtroppo non tutti rimangono impressi, seppur tutti bene rappresentati. Tuttavia i samurai memorabili sono: Kambei Shimada (il capo coordinatore dei sette), Katsushirō Okamoto (pupillo di Kambei nonchè protagonista di una storia d’amore con una contadina), Shichirōji (vecchia conoscenza di Kambei) e Kyūzō (forse il più valorso del gruppo, ammirato da Katsushirō). Un nota a parte merita Kikuchiyo interpretato da Toshirō Mifune. Un personaggio fantastico interpretato in un modo sublime. Kikuchiyo è l’anima meno nobile e poetica dei sette samurai lo si vede dai movimenti scimmieschi, dalle urla di gioia e dai salti d’eccitazione scomposti e sgraziati. Nonostante il suo comportamente grezzo, risulta simpatico e sincero e riesce a conquistare gli altri sei samurai che lo prendono con sè. Sostanzialmente è il verò protagonista ma non offusca mai completamente gli altri eroi della storia. Kikuchiyo non è solo il giullare di tutta la storia, i fantasmi del suo passato rendono questo personaggio molto sfaccettato (si noti la scena in cui si sfoga con i samurai sulla loro casta).E’un film che va oltre al mero intrattenimento infatti condatta la modernità a favore della tradizione e che esalta i valori del rispetto, dell’onore e della fraternità fra gli uomini aiutando chi ne ha più bisogno senza chiedere nulla in cambio. Questo film pieno di azione, di poesia e di momenti commoventi è un vero proprio manifesto della vita dell’eroe moderno: il sacrificio di pochi per la felicità e il benessere di molti.

CURIOSITA’: (Fonte: Wikipedia)
– Il film fu trasformato in un western da Hollywood nel 1960, I magnifici sette, remake per la regia di John Sturges.

CONSIGLI: Da vedere al buio in mistico silenzio.

IN UNA PAROLA: Eterno

GIUDIZIO 9 e 1/2